22 November 2013

Allena lo sguardo interiore

 

 
Allena lo sguardo interiore mask
 

È questa la via per ritrovare l'immagine del tuo volto di un tempo, che ti aiuta ad abbandonare le maschere per diventare davvero te stesso

 

Oggi voglio parlarvi dell’anima, una parola difficile. Anima deriva da ànemos, soffio, vento. C’è qualcosa dentro di noi che è sottile come il vento. Se vogliamo “essere nell’anima” dobbiamo ragionare in modo sottile come il vento, come il soffio. C’è qualcosa di così sottile dentro di noi? Qualcosa di impalpabile che non si può toccare con le mani? Si, le immagini. Il perno del mio modo di fare psicoterapia è soffermarsi sulle immagini che avevamo in certe fasi della nostra vita. Si chiudono gli occhi e improvvisamente si affaccia un’immagine: della mia infanzia, dell’adolescenza, Insomma un’immagine che viene spontaneamente: forse viviamo proprio per custodire questa nostra immagine.

La forza delle immagini interiori

(mi racconta una paziente, ndr) “Perché dovrei ricordare, mi dice Roberta, il mio volto di fanciulla? Che vantaggi ne avrò?” (rispondo) “Come era il suo volto, Roberta?” “Era un volto di una ragazza che litigava con tutti, permalosa e litigiosa.” Adesso invece Roberta è una donna che ha il volto che non tradisce espressioni, rigido. Parla di cose belle e brutte con lo stesso tono, con la stessa indifferenza. Che disturbo ha, oltre alla depressione e all’insonnia? Le si sono bloccate le mani, anche le ginocchia. Adesso che ha cinquanta anni le è arrivata l’artrite reumatoide e le mani non si muovono più, sono bloccate. “Ho scoperto” - mi dice – “che mio marito mi tradisce da anni con un’altra donna ma io non ho detto niente, ho fatto finta di niente”. Così tutti i pugni, i calci che avrebbe voluto dare, si sono trasformati in artrite reumatoide e le mani si sono bloccate.

Il  proprio volto antico, la propria anima…

Io le ho consigliato di vedere, durante la giornata, il viso da fanciullo. A cosa serve? Serve ad affinare lo sguardo interiore, vedere la propria immagine e anche essere visti. Io guardo l’immagine e l’immagine guarda me: la fanciulla (che ero,ndr) mi guarda e io la guardo. Adesso che bevo il caffè, adesso che cammino per strada, adesso che vado a comprarmi una borsa. Quell’immagine con quel volto che era così libero così spontaneo,  così litigioso. Si tratta di un rito profondo: nel senza tempo, nel regno delle cose che non vedo, nell’essere sconosciuto questa figura c’è. Era esattamente il contrario della donna che Roberta conosceva. Era libera, danzava, se aveva qualcosa da dire la diceva in faccia, aveva pochi amici ma buoni. Adesso è una donna super controllata, non tradisce le emozioni: il suo viso è diventato stereotipico.

Immagini senza tempo

(Mi chiedo,ndr) C’era un’immagine all’inizio dei tempi? C’era un’immagine quando era una cellula fecondata? C’è un’immagine nel seme della rosa? Forse c’è un “procedimento” nascosto in ogni cosa vivente che fa sì che ognuno di noi diventi quella cosa lì. Non sappiamo come lavora l’immagine: per sapere chi siamo dobbiamo aspettare molto tempo e vivere a lungo perché soltanto vivendo possiamo scoprire le cose che ci vengono facili. Possiamo vedere che tutte le cose che abbiamo escluso da noi possono fare parte di noi.

Elogio dell’anormalità

(Mi dice un’altra paziente) “Dottore non ero quella volta che gli ho rovesciato tutti i piatti sulla camicia. Non ero io. Dottore non sono io quella persona invidiosa. Non sono io quella che vuole essere bella a tutti i costi”. Noi impariamo dalla vita di tutti i giorni ad essere normali. Anche la psicologia è diventata la psicologia dei test, della normalità. Noi dobbiamo essere anormali, ovvero dobbiamo essere fuori dalla norma. “Dottore, mio figlio fa un sacco di capricci, che neanche si immagina”. Le ho detto: “signora, perché non pensa che nei capricci di suo figlio, la sua immagine innata voglia liberarsi a delle costrizioni in cui lo stiamo mettendo”.

“Dottore, sa, Giovanna, otto anni, va a scuola, è completamente distratta, le maestre la richiamano e non ci fa caso. E mentre spiegano si mette a muovere le gambe e ad esprimere dei mormorii e disturba tutta la classe. In certe materie è la più brava, in italiano sembra un genio ma come facciamo a togliere questo mormorio?”. “Vede signora, nella piccola Giovanna è nascosta un’immagine innata. Chissà se quel mormorio non si il canto della sua anima che vuole esprimere una vena poetica, una voglia di scrivere, di cantare, di raccontare, di “fiabizzare” che non sappiamo cos’è.” Noi a scuola vogliamo normalizzare dei bambini che in realtà hanno delle loro frenesie che rappresentano il percorso che vuole fare la loro immagine innata. Ci piaccia o meno, l’immagine della rosa fa la rosa. Pensiamo a cosa sarebbe di un’edera se smettesse di arrampicarsi: la sua funzione sarebbe morta.


A volte serve perdersi…
Ecco il senso dell’immaginare il mio volto da fanciullo. Quando andrete più in là con gli anni, vi accorgerete che quei volti di fanciullo, vi diventeranno stranieri. ( un paziente racconta un ricordo d’infanzia) “Dottore non potevo essere io quello che un giorno, mentre tutti dormivano, sono uscito di casa in pigiama e mi sono messo a camminare per ore e ore nella città. Che dolore che hanno provato i miei, mi cercavano e non mi trovavano”.

Chissà che in quel percorso notturno non ci fosse la fuga da modi di essere convenzionali, come se l’anima bussasse e dicesse, come solo l’anima sa parlare, in modo sottile. L’anima parla con le immagini, con i sogni: “Guarda che devi allontanarti, guarda che devi vagabondare”. “Si ma mi posso perdere”. “Perditi ma devi vagabondare”. Forse l’anima voleva dire a questa persona che doveva iniziare e prepararsi a fare grandi viaggi. Non credo sia un caso  che questo uomo oggi sia uno dei più grandi manager della comunicazione e viaggi da una parte all’altra del mondo e a tutti quelli che gli dicono se si stanca lui risponde: “è il mio lavoro. Sapeste che gioia c’è nel preparare i bagagli quando mi metto sull’aereo”. Quel bambino che vagabondava la notte, che scappava di casa in pigiama, stava già preparando l’uomo che sarebbe venuto.

Siamo sempre anime in viaggio

Magari nella vita ci perdiamo. Magari abbiamo sposato la persona sbagliata. Magari stiamo facendo un lavoro che non ci compete. Ma l’anima è in viaggio, noi siamo sempre in viaggio. Non sognate una vita tranquilla. Siamo in viaggio verso dove? Verso la nostra terra promessa, la nostra Itaca. Non possiamo fermarci, dobbiamo andare per dove siamo destinati. Magari per vie traverse ma l’immagine innata ci chiama. Ecco perché consiglio spesso di cercare il volto del fanciullo che eravamo, per ricordarci la trama. Magari nel frattempo quell’immagine antica è stata nascosta dalle vicissitudini di tutti i giorni, magari non sappiamo neanche più che esiste  e magari (occorre) scoprire come è diversa l’immagine del fanciullo che eravamo dall’immagine di oggi. Se c’era quel brutto carattere, se c’era quel desiderio di scendere la notte per mettersi come un viandante in viaggio, lo devi trovare nella tua vita. Il nostro manager l’ha trovato facendo l’esperto di comunicazione e viaggiando per tutto il mondo.

Aderire a se stessi

Una bella domanda è: “io sono affine a quell’immagine di fanciullo che ero?”. Una mia paziente mi diceva: “Ho fatto 4 anni di università del tutto inutili. Volevo diventare una specialista in informatica. Ero triste, ero depressa, non ero a casa mia. Mi sforzavo, avevo anche buoni risultati. Via via che si avvicinava il giorno della tesi, io sentivo un’angoscia venire dal profondo”. Un giorno una sua amica la incontra e le dice: “ti ricordi Elsa, da bambini, come impazzivamo quando facevamo le torte e sporcavamo dappertutto, rovinavamo tutto e non vedevamo l’ora che la mamma uscisse per poter metterci a fare quelle torte, dove cercavamo di ripulire la cucina ma in realtà lasciavamo sporco e la mamma ci scopriva. Ti ricordi?”.

A Elsa è venuto in mente quel viso da bambina con le lentiggini e le treccine. Continuava a fare informatica eppure quel viso le veniva in mente durante la giornata. Era “una molecola, un mattone dell’anima”. Io non do molta importanza ai ricordi ma non a quelli che sorgono spontaneamente. Quel viso si affacciava dentro di lei. Quella bambina con le treccine voleva trovare posto nella sua vita e nell’informatica non lo trovava. Forse però qualcosa l’aveva portata a fare informatica perché voleva essere più razionale e più precisa. Più ragionatrice. Forse voleva saper usare i computer in modo più disciplinato, perfetto. Ma la bambina con le treccine e le lentiggini doveva trovare posto nella vita altrimenti sarebbe stata una vita sofferta. Quella bambina che lavorava con le torte, che lavorava con le mani e più tardi si metteva a lavorare con la creta, quella bambina che creava con le mani; quella bambina non poteva morire. È bastato immaginarla, ricordarla, ritrovarla grazie ad un’amica che ne ha parlato. Questa persona insieme alla sua amica fonderà una catena di negozi di dolci. Tutto è nato dal fare con le mani di quando era bambina e l’informatica le è servita per razionalizzare la cosa, farla e “trasmetterla” su più negozi. L’immagine della piccolina sapeva cose che lei si era dimenticata.

Guardare bene per evolvere

Guardare la propria immagine è sviluppare l’occhio: gli occhi non sono fatti per vedere gli oggetti. Quella è la funzione oggettiva, esterna dell’occhio. L’occhio è fatto per trasmutare l’interno, per ritrovare la trama, le radici, l’immagine antica che siamo, quel percorso nascosto che deve restare nascosto, che pure conduce la nostra vita. Quando Hillman dice che dobbiamo durare negli anni per scoprire le nostre tendenze, io penso che sia veramente così. Ecco perché è importante rivisitare le nostre immagini, non per crogiolarsi, non per dire che bei ricordi, ma per riattivare un modo di essere che non è andato perduto ma che a volte abbiamo seppellito nel profondo. Niente di ciò che siamo per davvero si perde. Il pericolo è che sovrastandolo con la palude dei luoghi comuni, dei pensieri comuni, degli obiettivi comuni, lo perdiamo di vista.

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antonio 14/04/2014 19:55

Viviamo per realizzare il nostro destino.Realizzare il nostro destino,non significa farsi una posizione,acquistare casa,fare tanti soldi,avere tanti amici o farsi una posizione di prestigio,QUESTO E'SOLO SUPERFICIE;nelle profondità dell'Anima,tutto questo non conta nulla.Non dobbiamo condurre noi la nostra vita,niente progetti,lasciamo fare a quel sapere che c'è dentro di noi.

antonio 07/04/2014 19:09

Perché viviamo?,perché viviamo sul nostro pianeta?,qual'è lo scopo della nostra vita?,perché soffriamo,amiamo,odiamo e poi alla fine moriamo?;perché tutto questo accade,quale senso ha o quale scopo ha?.

antonio 21/03/2014 22:57

Sei solo invidiosa!!,mi dispiace per te,anzi non mi dispiace affatto.

due spaesati 21/03/2014 12:20

I due spaesati sposati senza appello.
Fate pena...non avete nulla, ma proprio nulla da dire, se non confermare ipocritamente e con estremo disagio la vostra pessima scelta di vita.

antonio 14/03/2014 22:24

Onorare la vita!,che bel concetto,mi piace molto e anche il modo come lo esprimi.E' giusto anche il "rinnovamento" della vita cui tu fai cenno.Come si fa per onorare la vita?,tu cara Paola,ci riesci?.La nostra "cultura" ci aiuta a dare onore alla vita?,forse qualche credo religioso?,qualche grande statista? o qualche santone di turno?.No Paola penso che nessuno dei soggetti citati,ci possa aiutare.L'unico vero aiuto può venire solo da noi stessi e da queste "interessanti" scambi di pensieri che ci mandiamo.Ti auguro una buona notte.

paola 14/03/2014 10:16

caro Antonio, per me sacrificio è "rendere sacro"...è onorare la vita: si vive , si tribola e si muore.
in questo processo la vita si rinnova ....

antonio 14/03/2014 06:52

Sull' Anima è giusto che tu creda a ciò che vuoi.Per me invece resta un discorso molto interessante.Non mi sembri per niente brutale ma dici semplicemente ciò che pensi e sono d'accordissimo sulla pari dignità fra vita e morte.Buona giornata e a presto.

antonio 14/03/2014 06:46

E tu Paola che significato dai alla parola sacrificio?.Tu dici che la vita non è solo sacrificio ma in parte lo è!.Poi mi scrivi:negare le difficoltà della vita.Qui dovresti spiegarmi meglio,nel senso,chi nega? e il nesso tra difficoltà della vita e la parola "sacrificio"?.Sul osservare chi "usa" la parola,questa è un qualcosa che faccio.

Paola 13/03/2014 07:14

Antonio, ci tengo a precisare che quando parlo di anima io non parlo di quell'anima che lascia il corpo dopo la morte e magari si reincarna in qualcos'altro ... io a queste cose non credo...la morte per me è la fine della vita...
Credere nell'anima serve ai vivi, non ai morti...
Sembro brutale , ma ti garantisco che ho un profondo rispetto della vita, in tutte le sue espressioni...ma anche la morte ha una sua grande dignità .

Paola 13/03/2014 06:40

La vita non è solo sacrificio , la vita contiene tutto , dipende dal significato che dai alla parola sacrificio, dall'uso che fai del tuo e dell'altrui sacrificio : per esercitare potere o per aiutare?
Osserva bene chi ti parla di sacrificio, ne dà l'esempio o se ne serve per esercitare potere su di te...
Negare le difficoltà della vita è un modo che puó andare bene se rivolto ai bambini...ma se rivolto agli adulti , negarlo è quantomeno sospetto.

 
 

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