Diabete


Diabete: che cos’è?
Il diabete è una malattia cronica del metabolismo che consiste in un aumento dei livelli di zucchero nel sangue, dovuto a un’insufficiente produzione dell’ormone insulina da parte del pancreas. Se ne distinguono due tipi: il diabete tipo 1 insorge fra i 10 e i 16 anni, viene chiamato insulino-dipendente e si presenta con debolezza, sete intensa, brusco calo del peso, crisi ipoglicemiche, difficoltà immunitarie. Il diabete tipo 2, detto non-insulino-dipendente, insorge dopo i 30 anni in modo graduale, secondo una certa predisposizione familiare associata a sedentarietà e obesità; i sintomi sono più lievi e sfumati ma nel tempo le complicanze possono farsi importanti: insufficienza renale, disturbi nervosi e vascolari agli arti inferiori, problemi alla vista, e maggior rischio di infarto e ictus.

Diabete: che cosa vuol dire?
La “chiave simbolica” del diabete sta nel darsi la dolcezza negata dalla vita. La dolcezza è il primo modo con il quale ognuno sente la presenza concreta della madre. Da neonati, a ogni poppata, lo zucchero contenuto nel latte entra nel sangue e viene così associato alla presenza della madre. È un imprinting fondamentale su cui si costruiscono, man mano, le forme più mature dell’idea di essere amati e della fiducia in se stessi.

Il latte materno dunque è la sostanza su cui si fonda il nostro modo di essere al mondo. Se questo latte-amore, però, è insufficiente o poco nutriente, l’imprinting che riceviamo sarà controverso e inadeguato a farci sentire amati, così potrà restare in noi una paura ancestrale: quella di tutte le situazioni “poco zuccherine”, per esempio rapporti “freddi” e poco accoglienti, come spesso capita sul lavoro. Davanti a tali situazioni, il cervello che ha ricevuto un imprinting inadeguato reagisce come davanti a una carenza di zucchero nel sangue (ipoglicemia): cioè sente un’assenza d’amore, un vuoto insopportabile e angoscia di morte. È questo il terreno di base di entrambi i tipi di diabete, anche quando la componente genetica è forte.

–Nel diabete di tipo 1 il ragazzo ha spesso un rapporto di forte dipendenza psicologica dalla madre, una donna con due volti: uno è in sintonia quasi ombelicale con il figlio; l’altro ha un aspetto ambivalente. Sa esprimere giudizi impietosi sul figlio, e lo carica di grandi aspettative. In pratica il suo amore per lui, che quando tutto va bene crea quasi un “incanto”, può arricchirsi di uno sguardo tagliente – e psicologicamente castrante – quando lui non “rispetta le consegne”.

Il ragazzo allora fa di tutto per evitare il “muso” della mamma, la discussione e il conflitto, tutte cose che sente “ipoglicemiche”, fredde e quindi insostenibili.

Questo schema viene esteso dal giovane a tutte le relazioni che hanno una qualche importanza, nelle quali cioè si può ottenere amore o stima, due elementi che per lui coincidono. È necessario per lui umanizzare tutti i rapporti, anche quelli professionali, in modo che se anche riceve una critica, ciò avvenga “in ambito protetto”, cioè sapendo di essere umanamente accettato. Per esempio, un freddo rapporto professionale lo fa sentire inconsistente. Ciò influenza tutte le scelte della sua vita: da quella del partner (dai tratti materni e che deve piacere alla mamma) a quella di amici (con i quali non deve esserci competizione), fino a scegliere un lavoro protetto…

Ogni decisione autonoma gli fa rischiare un’ipoglicemia che non ha la forza di superare. Il corpo e l’inconscio sentono tutto questo, e proprio negli anni della tardo-adolescenza, in cui dovrebbero essere fatte scelte autonome, si procurano una presenza materna interiore e continua attraverso il diabete, cioè con un’iperglicemia costante, così da non rischiare di restare senza affetto se la madre non sarà d’accordo con le scelte del figlio. Il diabete ottiene due risultati: livelli di zucchero nel sangue costantemente alti, ma poco zucchero nelle cellule e nei tessuti. Il prezzo per restare dipendenti da una forma materna è quello di non avere energia sufficiente per affermarsi nella vita.

–Nel diabete di tipo 2 la persona di mezza età o l’anziano è riuscito in qualche modo a superare indenne la fase critica della tardo-adolescenza; ha sviluppato una certa autonomia, spesso è sposato con figli ed è stato in buon equilibrio, finché un evento ha rotto il grembo esistenziale che si era costruito. Per esempio la perdita del partner, il matrimonio di un figlio che è andato ad abitare lontano o la perdita di un lavoro che lo faceva sentire sicuro e accettato. Si è attivato allora quel vecchio bisogno di dipendenza dal mondo materno: la glicemia sale e, se non curato, il diabete crea negli anni dei danni proprio agli organi fondamentali per l’indipendenza: la retina, cioè gli occhi, gli arti inferiori e i reni, la cui progressiva insufficienza porta alla dialisi.

–In entrambi i casi il diabete è il tentativo di darsi dall’interno quella dolcezza materna appagante e incondizionata di cui c’è bisogno per affrontare la vita.

  Diabete: chi è più a rischio?

-Persone con una sicura familiarità con il diabete.

-Persone con una madre affettivamente ambivalente e troppo esigente.

-Persone che hanno vissuto una separazione precoce dalla figura materna nei primi mesi di vita.

-Persone che hanno avuto un’infanzia difficile, carica di senso di precarietà e di insicurezza profonda.

-Persone che nell’infanzia sono state maltrattate dai familiari in modo continuo.
 
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Il blog di Raffaele Morelli

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